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Regia

Kenneth Branagh

Mercoledì 18 Luglio 2007 13:00

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Il flauto magico

True Colors

Il flauto magico
Ci volevano Mozart e Stephen Fry per convincere Kenneth Branagh a "tradire" l’amato Shakespeare. Con una certa soddisfazione, a quanto pare…

C’è da fare un grande applauso alla Peter Moores Foundation, promotrice e produttrice di Il flauto magico versione cinetelevisiva (concepita inizialmente per il piccolo schermo, è stata rapidamente dirottata – almeno in alcuni paesi – in sala, complice il buon successo critico riscosso dal film in occasione della 63ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove lo stesso è stato presentato Fuori Concorso), per essere riuscita dove tutti avevano fallito, vale a dire distogliere Kenneth Branagh dal suo amato Shakespeare. The Magic Flute rappresenta infatti il primo spin-off cinematografico da un’opera teatrale che il regista inglese non ha operato da un testo del Bardo; finora, infatti, per "evadere" dalla gabbia dorata della prosa shakespeariana, l’autore irlandese aveva sempre guardato oltre l’universo del play per palcoscenico: a romanzi come il Frankenstein di Mary Shelley, o a sceneggiature originali, sue o di altri. Questa volta, invece, l’erede designato di Laurence Olivier si mette sulle tracce nientemeno che di Ingmar Bergman, proponendo, esattamente come fece il cineasta svedese nel 1974, una sua personale versione dell’opera di Mozart.
Va da sé che, parlando di Branagh, l’aggettivo "personale" risulti oltremodo calzante: la sua particolare versione/visione di un’opera come Il flauto magico è il consueto, fascinoso miscuglio di fedeltà e apostasia, collocandosi Branagh nel ruolo di arbiter fra questi due estremi, che caratterizza da sempre la sua messa in scena; la quale qui recupera un vigore e uno smalto decisamente annacquati nelle ultime prove da regista (si veda, a mo’ di paradigma, il quasi coevo As You Like It, ancora uno Shakespeare di mezzo…), e anche un gusto del racconto per immagini che fa di Branagh – e questo è un aspetto del suo mettere in scena che nessun passo falso è riuscito ad alienargli – uno dei cineasti più "plastici" e dispiccato gusto figurativo della nostra contemporaneità.
Piace, insomma, questa ennesima reductio operata da Branagh con sincero rispetto per l’opera originaria e al tempo stesso un altrettanto sincero spregio per ogni gerarchizzazione. Per lui, Mozart o Shakespeare è la stessa cosa: si tratta di materiali, nobili (ancorché "popolari") e di spessore quanto si vuole, ma pur sempre materiali, pronti a essere manipolati alla bisogna a seconda dei desideri (dei capricci?), delle inferenze e dello sguardo del regista… Modificato il setting storico – qui siamo in piena Prima Guerra Mondiale – e iniettate nel testo alcune robuste dosi di surrealismo grottesco e a tratti persino kitsch, l’opera di Mozart si fa letteralmente, con uno spostamento semantico quasi impercettibile, qualcos’altro: da magniloquente rêverie che tendeva a celebrare il substrato fantastico che informa la cultura popolare dei paesi di lingua tedesca, Il flauto magico trapianta l’ossatura dell’opera in un contesto quasi da musical, dotandola di ritmo e colore. In tal senso, ha una funzione assolutamente di primaria importanza il certosino lavoro di trascrizione e adattamento dal tedesco all’inglese (nota bene: l’opera di Mozart fu una delle prime a dotarsi di un libretto in una lingua che non fosse l’italiano, proprio allo scopo di favorirne l’accesso a un pubblico autoctono quanto più vasto possibile) operato da Stephen Fry, sensibile attore, regista e drammaturgo britannico, già sodale di Branagh in passato (era lui il Peter di Gli amici di Peter…). La parola tradotta, "volgarizzata" nel senso più nobile del termine, diviene così creta nella mani del metteur en scène, e il cantato così "rivisto e corretto" un "motore" della stessa messa in scena; alla ricerca di una sinestesia perfetta, Branagh e Fry compongono un’elegia "sotterranea" del cinema come "cuore rivelatore" dell’intima energia della musica e del teatro, facendo del sudore e della fatica delle assi del palcoscenico uno strumento di elevazione "aerea" del racconto. Osserviamo – un po’ meravigliati, lo confessiamo – la macchina da presa di Branagh librarsi lungo la scena, "danzare" intorno ai suoi interpreti, sinuosa e instancabile, curiosa e a tratti persino disinibita nel darsi come pura espressione dello sguardo ipercinetico del regista.
D’altronde, Branagh non è mai stato un regista timido, anzi: ha sempre teso all’esibizionismo. Per una volta – ma non è la prima – questa sua tendenza a "strafare" ha fatto il gioco suo e quello del film, e Il flauto magico si è trasformato in uno dei più leggiadri atti (puramente, e non paia una provocazione) cinematografici di quest’ultima stagione.

Scheda tecnica

Titolo originale: The Magic Flute
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Kenneth Branagh, Stephen Fry
Fotografia: Roger Lanser
Montaggio: Michael Parker
Interpreti: Joseph Kaiser, Amy Carson, René Pape, Lyubov Petrova, Benjamin Jay Davis, Silvia Moi, Tom Randle, Ben Uttley, Teuta Koço, Louise Callinan, Vanessa Ashbee, Kim-Marie Woodhouse, Rodney Clarke, Charne Rochford
Produzione: Idéale Audience, Peter Moores Foundation
Distribuzione: 01 Distribution

Nazione: GB
Anno: 2006
Durata: 135 min.
Caratteristiche tecniche: 35mm - Colore

 


 

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